Manifestazione “Spazza l’odio – Da’ Voce al Rispetto” a Roma, Piazza della Rotonda, 11-07- 2020.

“La legge che verrà. Dialoghi sul ddl Zan” è una rubrica di approfondimento sulla legge contro omotransfobia e misoginia, che ha iniziato il suo iter alla Camera dei Deputati lo scorso 3 agosto. Fabrizio Filice, magistrato e componente del gruppo di lavoro sulla violenza domestica e di genere  presso la VII Commissione del Consiglio superiore della magistratura, dialoga con Rosario Coco, attivista e formatore di Gaynet, tra i promotori di Da’ Voce al Rispetto.
Questa prima puntata da una prima risposta a una domanda che abbiamo sentito ripetere più volte: a cosa serve questa legge?

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Spesso sentiamo dire che basterebbe applicare le leggi attuali contro l’omotransfobia. Cosa ne pensa?

Questa tesi è effettivamente molto diffusa tra i detrattori del ddl Zan e ha la finalità di presentare la tutela penale contro l’omolesbobitransfobia come un vezzo ideologico, una trovata “promozionale” sostanzialmente priva di implicazioni pratiche. La mia opinione è molto diversa. Come Giudice per le indagini preliminari mi trovo in particolare a constatare che il fenomeno dell’odio di genere via social ha una portata massiva.

Che dimensioni ha il fenomeno dell’odio in rete?

Sono migliaia, ogni mese, le denunce di vittime che vengono aggredite sui vari social network, diffamate, offese con la pubblicazione di immagini e meme, minacciate di morte e di stupro.

Esattamente come ha accertato la Commissione parlamentare Jo Cox, che ha lavorato nella scorsa Legislatura su iniziativa della Presidente  Boldrini, le vittime sono prima di tutto donne, soprattutto se esposte politicamente su tematiche sociali sensibili, prima fra tutte quella dei diritti dei migranti (si ricordino i casi della stessa Presidente Boldrini durante il suo mandato e, altrettanto significativo, quello della magistrata Alessandra Vella, che l’estate scorsa non ha convalidato l’arresto di Carola Rackete,  la comandante della Sea Watch che, violando il divieto ministeriale, aveva  condotto la nave nel porto di Lampedusa per consentire alle/ai migranti a bordo di scendere e di essere curate/i: la collega è stata inondata da un vero e proprio flusso informatico di odio volgare, violento e sessista, veicolato anche da noti esponenti politici, e ha dovuto chiudere i propri profili social per tutelare se stessa e la propria famiglia; e, per inciso, la correttezza del suo provvedimento è stata riconosciuta in via definitiva, pochi mesi fa, dalla Corte Suprema di Cassazione).

Immediatamente dopo le donne, segue – in quella che efficacemente la relazione Cox (consultabile sul sito della Camera) definisce la “piramide dell’odio” – la comunità LGBTI.

Cosa succede quando una persona denuncia?

Quando una persona denuncia di essere vittima di minacce, diffamazione o  atti persecutori in rete, da parte di haters sconosciuti, la sua denuncia viene normalmente iscritta a carico di ignoti e, la maggior parte delle volte, mandata automaticamente in archiviazione.

La ragione è che a fronte di  una condotta tanto semplice da realizzare (quella dei “famosi leoni da tastiera”), servono indagini molto complesse per poter individuare con certezza gli haters ed esercitare contro di loro l’azione penale; indagini che richiedono l’intervento della Polizia postale, specializzata in informatica, e a volte anche richieste di informazioni ( in linguaggio tecnico si chiamano “rogatorie”) alle società statunitensi che gestiscono i social,  le quali seguono  notoriamente una politica poco collaborativa con le Autorità giudiziarie dei Paesi europei, tendendo a far prevalere la propria policy interna sulle leggi degli Stati.

A fronte di questa obiettiva difficoltà,  le Procure devono poi constatare l’assenza di una legge specifica che assicuri loro di poter funzionalizzare il complesso lavoro investigativo con un’efficace accusa in giudizio: e proprio qui sta il punto.

Qual è il limite dei reati attuali? perchè le fattispecie attualmente previste non sono sufficienti?

Reati come la diffamazione o le molestie non sono nati per affrontare un fenomeno così specifico e  dilagante come l’odio gender orientend via social e il rischio è quello di imbastire un lavoro investigativo obiettivamente rilevante, soprattutto se si pensa ai numeri, per poi trovarsi a contestare reati minori, come una minaccia semplice, che colgono solo una minima parte del fenomeno e magari neanche reggono, proprio per il vizio di a-specificità, al vaglio del giudizio: la classica montagna che genera il topolino.

Il risultato è quello di una vasta e franca zona di impunità nella quale gli haters, novanta volte su cento, si sentono liberi ( e di fatto lo sono) di aggredire in rete moltissime donne e persone LGBTI con la certezza di non subire alcuna conseguenza.

il riconoscimento di omotransfobia e misoginia come crimini d’odio sarebbe importante per ovviare a questa situazione?

L’approvazione di una legge specifica è importante.

In primo luogo perché coglie il fenomeno dell’odio nella sua reale dimensione, che è quella di un sentimento violento che, attraverso la cassa di risonanza dei social, riesce  in pochi minuti a diffondersi a macchia d’olio e a crescere spaventosamente di intensità,  sino  a creare le condizioni per un pericolo reale e concreto che si generino atti ancora più violenti, che mettano a rischio l’incolumità della vittima; ed è proprio questo ciò  che il ddl Zan vuole individuare e reprimere.

La certezza del mezzo legislativo avrebbe poi l’effetto di rendere utili e funzionali le complesse indagini informatiche di cui parlavo, con conseguente necessità delle Procure di organizzare gruppi investigativi specializzati senza correre il rischio di disperderne inutilmente il lavoro.

Quello che si vuole è riuscire ad affermare,  finalmente,  che l’odio di genere in rete è un reato e chi lo commette verrà indagato e perseguito per questo, sarà dichiarato responsabile nei confronti delle vittime e avrà delle conseguenze.